La “Vera” guida alla Social Media Strategy

Carissimi,

le vacanze sono terminate e devo dire che per quanto mi riguarda ho ricaricato le batterie ed ho respirato un’aria nuova più grintosa e ottimista! Al mio rientro mi sono chiesta: ” Le persone che si propongono come Community Manager o Social media Expert sapranno davvero realizzare una strategia ad hoc per il cliente? O brancolano nel buio?

Uno dei pochi strumenti per riconoscere i fake è proprio la Socia Media Strategy, una guida fatta per step obbligatori che spiega come raggiungere un obiettivo attraverso dei touchpoint (gli strumenti/new media). Premessa: non c’è la ricetta giusta per tutti, ma una linea da seguire che può dare delle ottime soddisfazioni.

Il mio compito (grazie anche al libro utilissimo e che consiglio intitolato: “STRATEGIA DIGITALE” editore Hoepli autori Laurita e Venturini) sarà quello di fornire un micro schema che vi aiuterà a ragionare per punti ed a realizzare un’azione efficace che porti maggiore visibilità al vostro brand, oppure che riposizioni al meglio un prodotto mal percepito!

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Ecco i punti chiave (se avete una penna iniziate a prendere appunti):

1) Valutiamo l’organizzazione Interna (se ad esempio siamo un’azienda che produce e vende occhiali da sole, dovremmo capire se abbiamo le competenze tecniche nel nostro staff in ambito digitale, successivamente definire il budget che di solito in questi casi è ridotto all’osso e prendere in considerazione un’eventuale presenza di agenzie ad hoc);

2) L’ascolto e/o Monitoraggio (cerchiamo di capire se il nostro prodotto è percepito bene, cioè se gli utenti in rete ne parlano in modo positivo, valutiamo contemporaneamente anche l’azione dei competitor). Questa fase è fondamentale per creare le fondamenta della strategia, se non so come vengo valutato dagli utenti non posso neanche attivare delle soluzioni, ricordate dalla crisi nasce sempre una grossa opportunità;

3) Gli Obiettivi (i punti di arrivo che ci prefissiamo, ad esempio migliorare l’immagine del brand, spingere le vendite di un nuovo prodotto ecc), ricordiamoci che questi traguardi dovranno essere facilmente misurabili;

4) Il pubblico di riferimento (a chi mi rivolgo? Che social network usano?), capire l’utente è il primo passo per il successo, non sottovalutiamolo!;

5) Il messaggio (i contenuti che veicoliamo, definire lo stile, il tono, la diffusione, le priorità sono un momento cruciale per la nostra strategia)

6) Gli strumenti (per relazionarci con i miei utenti è più efficace un profilo Twitter o una fan page su Facebook?) Piccola nota: Ogni social ha il suo stile, non tollero quelle aziende che pubblicano lo stesso contenuto su vari new media, ragazzi non funziona così!

7) Il piano editoriale (trovare l’argomento madre ad esempio per un noto marchio sarà il divertimento e il mondo dei clubber, da li sviluppare dei post/tweet e comunicati stampa che evidenzino quella dimensione e mood) L’organizzazione dei contenuti è fondamentale, una calendarizzazione che ci dica quando pubblicare e cosa è un modo per ridurre gli sforzi e ottimizzare i tempi;

8) Ho creato una Community? E se sì monitoriamola (la fase finale è una delle più delicate, creare un gruppo di soggetti fedeli, che siano vicini all’azienda non solo perchè fruiscono quel prodotto ma perchè ne condividono il sistema valoriale). Osserviamone i comportamenti e fissiamo delle regole (no alle parolacce, agli insulti, timing del feedback del moderatore ecc).

Questi otto punti chiave vi aiuteranno a capire come lavorare sui Social Network non è proprio un gioco da ragazzi, serve know how, tempo e tanta fatica credetemi. Quando si sente in giro che tanto per lavorare online bastano pochi soldi, personalmente so già che quell’azienda si sta scavando la fossa da sola!

Con questa conclusione vi lascio e se avete dei consigli da dare siete i benvenuti magari invece di 8 punti arriviamo a 10! Che ne dite?

 

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Una generazione di codardi, sarà vero?

Una settimana fa ho iniziato a leggere il seguente libro edito da Hoepli “Job Revolution” (autori Mossenta e Camporesi), lo consiglio più ai neolaureati che agli over 30 come nel mio caso. Questo manuale propone delle soluzioni su come affrontare al meglio il mercato del lavoro sfruttando due elementi: 1) Le proprie potenzialità nascoste (fa molto “Corso di autostima”) e 2) Usare i social network per ampliare il proprio raggio d’azione (conoscere gente nuova e importante per trovare lavoro).

Nel primo capitolo di questo libro c’è un paragrafo che ha scatenato in me mille emozioni, ve lo copio così poi vi spiego qual’è il focus del post di oggi:

” L’Italia è veramente il Paese dei mammoni e dei bamboccioni: giovani che trascinano gli studi all’infinito e trentenni che vivono ancora in casa con i genitori. Il costo degli affitti, il carovita e la mancanza del lavoro fisso sono solo una scusa: quello che ostacola i giovani è il non voler fare fatica.”

Queste affermazioni sono secondo me errate, certo non nego che buona parte dei giovani Made in Italy viva nel mondo dei sogni, vada avanti con la mancetta di mamma e papà e pensi solo al pub del venerdì sera e a sbronzarsi con gli amici! Però, e qui scatta la prima OBIEZIONE (mi sento molto Ally Mc Beal) non possiamo parlare così di tutti, io ho 32 anni ed ho fatto la gavetta schifosa dello stage che serve poco e a nulla (fotocopie, caffè ecc) ho lavorato durante gli studi per pagarmeli ed ho sempre cercato di lottare per avere una carriera qui nel bel paese! Se molti di noi vivono ancora in casa non è perchè ci piace crogiolarci nella COMFORT ZONE, ma perchè non abbiamo alternative.

Un disoccupato che cerca continuamente un’ occupazione dal lavorare in un call center a fare il portiere di notte e non lo trova, come pensiamo possa pagarsi l’affitto e mantenersi?, mi volete dire che è più coraggioso andare a vivere da soli e intanto farsi mantenere dai genitori?? Cavoli che colpo di coda eccezionale

 

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Copyright: brittany930 – Flickr

Non capisco, presentatemeli questi: Fannulloni, Mammoni, Choosy o come cavolo si chiamano perchè io non ne conosco dico la verità, quello che ho notato è la presenza di tanta gente posizionata su un gommone che continua a prendere acqua e che cerca di andare avanti come può senza affondare. L’isola che non c’è (il famoso contratto a tempo indeterminato) non esiste.

Vogliamo parlare degli ostacoli che oggi un trentenne deve affrontare? Richieste assurde da parte degli HR, come conoscenza di almeno 3 lingue e se parli il Cinese cavoli sei proprio un figo! Colloqui che non ottengono mai un riscontro (nel libro se ne parla), basta una mail e poche righe è indice di educazione, Concorrenza spietata delle agenzie interinali che per ottenere un cv venderebbero la loro cara nonna! E’ un delirio!!

La soluzione? Scappare dall’Italia e nel libro si parla appunto di questa PRESA DI CORAGGIO: ” Qualche segnale positivo di sana ribellione c’è: il fatto che sempre più giovani si stiano trasferendo all’estero per lavorare sta a dimostrare che vi siete finalmente stancati di continuare a navigare senza mai sbarcare, e avete deciso di puntare su voi stessi e sul vostro valore”

Scusate ma non è che la fuga sia la soluzione a tutti i problemi, forse è il caso di sistemare il paese e di dare delle opportunità prima di spingere tutti ad andarsene! Non capisco davvero! E voi che ne pensate? Sono io la fuori di testa o un pò di ragione ce l’ho??

 

PS. Questo post nasce non per criticare il libro che trovo un aiuto valido a chi davvero non ha mai lavorato in vita sua, ma è una riflessione, un’occasione per affrontare dei temi scottanti e che sfortunatamente riguardano noi giovani!

 

 

 

Le nove anime della Reputazione Online

Un pò di tempo fa vi avevo parlato dell’importanza della reputazione in rete, cioè dell’immagine che noi abbiamo (come privati o come aziende) sul web. Oggi essere online è semplicissimo, bastano poche mosse e l’unico elemento che gioca a nostro sfavore è il passaparola negativo, tutti i commenti di coloro che fruiscono la rete e che hanno un sentiment negativo. Un messaggio nocivo può davvero fare dei grossi danni.

Un buzz critico può ad esempio indurre un’azienda a ritirare un prodotto dal mercato, spingere un politico a cambiare piano di comunicazione o a dimettersi (se ci va di fortuna), insomma il potere del web è cruciale e se c’è una traccia negativa su di noi questa rimane impressa per sempre.

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Copy: 29.media.tumblr.com

 

Ma vediamo nel dettaglio le caratteristiche del passaparola (che molti analyst seguono con cura per capire il livello di percezione di un prodotto e/o servizio):

1) Persistenza: se qualcuno parla male di te, questa critica rimane lì in attesa di essere riletta, insomma non sparisce dalla circolazione;

2) Indeperibilità: il messaggio non subisce modifiche, resta cioè intatto;

3) Incancellabilità: si lega al punto uno non aggiungo altro;

4) Verificabilità: chiunque può attivare una ricerca su di me che sto scrivendo il post, basta digitare nome e cognome su Google. Oggi le piattaforme di monitoraggio online sono favolose, accurate, riescono a capire il grado di popolarità di un brand, la numerosità degli elementi critici e vulnerabili.

5) Ponderabilità: spesso chi da “Potenza” ad un messaggio positivo o negativo è l’influencer colui che magari ha già testato quel servizio e non ne è rimasto contento. Di frequente le aziende fanno la stupidata di aggiungere in rete commenti positivi frutto di un forte investimento in marketing, ma con questo trucchetto peggiorano le cose;

6) Multimedialità: il contenuto in cui si cita quel nome o brand è visionabile da tablet, mobile e pc;

7) Incontrollabilità: gli interlocutori 2.0 sono difficili da rintracciare, spesso hanno dei nickname, l’unica soluzione ad un incremento di buzz negativo è quello di attivare una sana conversazione e rispondere alle domande e/o richieste di assistenza senza alimentare ulteriori polemiche.

Questa piccola guida arriva da un libro che adoro: “Social media Marketing” (edit: Hoepli), se non l’avete ancora letto vi prego fatelo prima di proporvi come Social media manager 😉

 

I contatti sono davvero il tesoro nascosto per un’azienda?

Oggi vorrei svelare qualche mistero attorno al Reach , però prima fatevi la seguente domanda, “Che cosa interessa di più ad un’azienda?” 1) Aumentare le vendite e generare entrate 2) Creare dei contatti utili, fidelizzabili. Il nostro Reach permette di capire il livello quantitativo di lead ottenuti, in questo post vi darò qualche dritta che spero possa esservi utile.

Chi sono i nostri acquirenti, quelli che cerchiamo disperatamente? es: degli influencer che generano buzz positivo, persone trainate da un opinione/idea, settori contingenti al mio, ecc

Che cosa si può fare per raccogliere dei lead e usarli a nostro vantaggio (non dimenticate lo scopo primario, vendere)?

Lanciate un contest/concorso: qualcosa che solletichi la curiosità degli utenti e prometta un premio succulento. Questa azione è utile perchè permette una raccolta dei dati (il famoso form da compilare per dare l’ok della partecipazione). Ricordate qui quello che conta è la semplicità e immediatezza, dei papiri lunghissimi scoraggiano l’utente e lo allontanano.

Ampliate la mailing list: cioè trovate quei soggetti tanto forti nel generare un buzz positivo per la vostra azienda e seguiteli sui social media e magari fatevi seguire 😉

contatti

copy: themag.it

Moltiplicate i link: soprattutto quelli in entrata perchè credetemi generano SEO (indicizzano, danno cioè visibilità al vostro sito)

Inserite dei plugin: cioè dei pulsantini che possono stimolare le adesioni ad un profilo social e che devono essere presenti nelle landing page;

Generate dei contenuti favolosi: nuovi, dettagliati, che raccontino qualcosa dell’azienda e la facciano apparire il Guru del settore!

Risolvete i problemi: cioè fate in modo di dare dei consigli ad hoc a quegli utenti che usano il vostro prodotto o fruiscono un servizio e diventerete i loro migliori amici.

Ricordate una cosa, se le pagine sono indicizzate queste generano in automatico più contatti qualificati! Una soluzione carina per attirare gli utenti è quello di pianificare un investimento pubblicitario (campagne adv su facebook, Twitter ecc).

Basta poco per trovare degli interlocutori interessanti, quello che conta è la continuità delle azioni, la precisione e la voglia di parlare di sè non per fare i “Fighetti” della situazione ma per aiutare quel potenziale cliente a risolvere un problema!

Se avete dei suggerimenti in più sono qui, lasciate pure un commento 😉 #webmarketing

 

Quante lauree servono per trovare un lavoro?

Di recente sbirciando sui principali portali dedicati al mondo JOB ho notato che molti annunci relativi al mio ruolo (Community Manager, Social media manager e Digital Pr) sono ricchi di elementi a dir poco paradossali. Al’interno delle offerte di lavoro si richiedono molte competenze associate ad una elevata conoscenza linguistica, insomma un incrocio tra Hillary Clinton e Steve Jobs! Mi sono domandata due cose: Siamo noi candidati a non avere quello che cercano? oppure sono le aziende e/o agenzie a non sapere che cosa cercare?

Voi che vi sarete imbattuti nel mio post vi domanderete, ci fai un esempio?

Eccolo (copierò solo degli estratti per non danneggiare la reputazione del brand dietro l’offerta):

1) Area Grafica/Design (dunque lontana da chi ha una laurea in comunicazione, pr, web, marketing)

  • Sviluppo di grafica per web e social media (banner e mini-siti)
  • Verifica del rispetto delle guideline per i materiali prodotti esternamente
  • Invio e controllo dei materiali per stampa

2) Area Social media/Community Manager

  • Sviluppo della strategia digitale e delle community.
  • Selezione e redazione dei contenuti sui canali social.
  • Pianificazione, sviluppo ed attuazione delle campagne advertising

3) Area Marketing 

  • Manutenzione del database di utenti.
  • Web content editing e manutenzione del sito web tramite CMS.
  • Accesso e gestione delle analytics web e social.

Qui sorge una domanda spontanea, per essere i candidati perfetti per la seguente azienda è necessario conseguire 2 lauree? Una in web design e grafica ed un’altra in comunicazione ad indirizzo marketing?? Non so voi, ma io gli studi me li sono pagati di tasca mia e per attivare anche un corso in più avrei dovuto lavorare 20h al giorno in negozio (ero una commessa/studentessa..fa anche rima). E’ impossibile trovare una persona in grado di fare tutto ciò, perchè? Manca la qualità, uno magari se la cavicchia con i programmi di grafica ma non sarà mai bravo come un art director, insomma o da il meglio nell’area web e comunicazione o in quella estetico/creativa!

Un’altra cosa che ho notato e che trovo particolarmente fastidiosa è lo specificare il limite di età, ad esempio frasi come:

“Il candidato ideale, femmina o maschio, ha una bella presenza e un’età compresa tra i 22 e i 28 anni.” (già la bella presenza mi fa un pò storcere il naso, per la serie se non sono modelle non le vogliamo e poi richiedi esperienza ad uno che al massimo ha 28 anni…e quando avrebbe dovuto iniziare a lavorare a 13 anni? No, spiegatemelo vi prego!), oppure citazioni quali : ” è richiesta un’ottima conoscenza della lingua inglese, possibilmente di altre due lingue”. Secondo me cercano il lavoratore bionico, “La donna perfetta” quasi un remake del famoso film di Nicole Kidman.

Parlando piacevolmente con alcuni colleghi presenti nel gruppo Community Manager è emerso che alla base di questi annunci pretenziosi ci sono spesso due ragioni: la prima di tipo economico (prendi tre e paghi uno, più cose sai fare e meno costi all’azienda) e la seconda di tipo umano/mentale (non sanno cosa vogliono e allora scrivono tutto quello che gli salta in mente).

Oggi rilevo due problemi, chi ha appena conseguito la laurea ha mille opportunità per trovare un lavoro sottopagato e tenersi impegnato ma continuerà il percorso del criceto nella ruota, cioè pensi di andare avanti quando in realtà stai solo regalando il tuo tempo. La seconda criticità coinvolge la generazione, quella dei trentenni squattrinati, che ha l’esperienza e magari anche il know how e che si ritrova a dover leggere proposte troppo junior o troppo senior. La teoria dell’adolescente è ritornata in voga, insomma  per il mercato del lavoro non sei nè carne nè pesce! #CHESFIGA (l’hashtag ci stava)

Con il discorso dello stage non voglio scoraggiare nessuno ci mancherebbe, conosco aziende serie che inseriscono le persone, non le sfruttano e dopo le premiano con un’indeterminato, ma sono davvero dei casi rari.

E voi quali annunci strani avete notato? E soprattutto vi siete candidati comunque anche se non rispettavate al 100% i requisiti delle offerte? All’estero c’è questo trend? Da quanto ho visto no, però se trovate qualcosa segnalatemelo!

 

 

 

 

 

Il social media manager è morto? No è più forte che mai

Qualche giorno fa in un gruppo molto noto ai professionisti 2.0 del web è stata lanciata una discussione incentrata sul seguente articolo http://goo.gl/n8uc5x, secondo l’autore del blog, il Social media Manager di oggi per sopravvivere deve evolvere come marketer, cioè acquisire delle competenze più tecniche (detto in modo molto semplice).

Il post è davvero interessante, da qualche utile dritta a coloro che vogliono focalizzare la propria carriera sui social media, l’unico elemento che mi disturba è  che spesso in rete si usano titoli provocatori come questo “Il Social media Manager è quasi morto (a meno che non evolva come marketer)” per creare una barriera tra chi fa il comunicatore e ama alla follia questo lavoro e quelli che si credono “Simply the best” i migliori marketing addicted di sempre!

Mi rendo conto che oggi siamo in tanti ad essere senza lavoro e che molti di questi vogliano entrare nel mondo della comunicazione perchè lo giudicano un settore facile e “Creativo” (accezione in questo caso estremamente negativa). Certo è più difficile improvvisarsi dentista o carpentiere, figuriamoci! Lo capisco. Ma questa invasione che cosa comporta? L’arrivo di persone poco qualificate che portano via il lavoro a colui/colei che lo merita realizzando dei progetti terribili che vanno a danno del brand.

Oggi c’è molto terrore di questi “Social media fuffas” ( Io li ho definiti così) cioè di coloro che pensano che nei social media bastino due informazioni per fare le cose alla grande, è gente che pretende poco sul piano economico (io faccio un preventivo di 500 euro e loro di 150 circa) ecco perchè piacciono alle aziende/agenzie (ricordate il concetto di Poca spesa molta Resa??).

L’articolo di cui vi parlavo prima cerca di conferire un’immagine più seria al Social media lover, di chiarire un concetto: “Se vuoi fare questo lavoro devi studiare, o comunque avere delle competenze analitiche sviluppate”.

Sono favorevole alla lotta versus il non professionista web 3.0 ci mancherebbe (è la mia battaglia quotidiana), però attenzione a non mettere in cattiva luce anche chi ha una specializzazione più umanistica e centrale nella comunicazione. Parlo per me, io ho una laurea in Relazioni pubbliche e dal 2007 lavoro nel settore inizialmente nei dipartimenti PR tradizionali e poi per avvicinarmi al web non mi sono detta: “O che bello proviamo con i social, no no” sono andata a lavorare per un ente di monitoraggio dove per 14 mesi circa ho sudato 19 camice, ho letto dati, seguito thread, valutato i toni delle conversazioni, insomma ho fatto la vera gavetta.

Lavorare nel web è bellissimo, ma è anche pericoloso, se sbagli qualcosa lo sanno tutti e la faccia che avevi prima tutta spavalda per aver rubato il posto a qualcun’altro credimi svanirà in un batter d’occhio!